In inglese il «kintsugi» viene chiamato semplicemente «kintsugi», ed è ormai diventato una parola usata in tutto il mondo. Su Google, solo nei paesi anglofoni, riceve circa 60.000 ricerche al mese.
E chi lo cerca non sono ceramisti o restauratori. Sono «persone in difficoltà nella vita», «persone interessate alla mindfulness» — in altre parole, chi vuole guarire un cuore ferito.
In Giappone il kintsugi è noto come «la tecnica per riparare un oggetto rotto», ma all'estero si sta diffondendo come «filosofia di vita». Il modo in cui si è diffuso è piuttosto interessante.
Ciò che gli occidentali vedono nel «kintsugi»

Quando all'estero si parla di kintsugi, c'è sempre un'idea che vi si accompagna: il messaggio secondo cui «la ferita non va nascosta, ma va portata con orgoglio».
La scrittrice americana Penny Reid scrive così in una delle sue opere:
"They don't use invisible superglue, they use gold, because your failures are not meant to be ugly." (Non usano una colla invisibile, usano l'oro, perché i tuoi fallimenti non devono essere brutti.)
La chef e scrittrice giapponese-americana Candice Kumai afferma:
"Your cracks can become your most beautiful parts." (Le tue crepe possono diventare le tue parti più belle.)
Anche il produttore musicale Rick Rubin, nel suo libro, parla del kintsugi affermando che «la ferita non diminuisce il valore dell'opera: diventa il punto focale della sua forza».
Ciò che accomuna queste parole è che il kintsugi non viene usato come «riparazione di un oggetto», ma come metafora della resilienza umana.
Perché si è diffuso così tanto all'estero

Negli ultimi anni, in Occidente, sembra crescere una reazione contro i danni del perfezionismo. Non pochi si sentono stanchi di una società in cui, sui social media, ci si confronta continuamente con gli altri e ogni fallimento diventa subito visibile.
Ed è in questo contesto che è arrivato il kintsugi. Una tecnica giapponese con oltre 500 anni di storia si è rivelata perfettamente adatta alla sfida contemporanea dell'«accettazione di sé». Il messaggio del kintsugi, secondo cui «non è necessario nascondere ferite o fallimenti», ha colpito il cuore di molte persone.
Anche sul blog della Mayo Clinic (istituzione medica americana) è apparso un articolo sul kintsugi, presentato come «un modo di pensare per superare le difficoltà della vita». Anche in un evento TEDx si è tenuta una conferenza dedicata al kintsugi, e il tema continua a comparire in libri di business e self-help pubblicati all'estero.
La filosofia del kintsugi vista da un punto di vista tecnico

Nella lacca, un componente chiamato urushiolo si indurisce attraverso una polimerizzazione ossidativa mediata da un enzima, formando una rete polimerica tridimensionale. In altre parole, attraverso una trasformazione chimica, rinasce come una «nuova sostanza».
Inoltre, per riparare una scheggiatura importante con il kintsugi si utilizza il «kokuso-urushi». Il kokuso-urushi può essere applicato solo per circa 1 mm alla volta: se steso troppo spesso, non riesce a indurirsi fino all'interno. Per questo si applica un po' alla volta, si aspettano alcuni giorni e si applica di nuovo: ripetendo questo processo, ci si avvicina al completamento.
«Non si può affrettare», «si può avanzare solo un po' alla volta», «ma si indurisce in modo sicuro».
Se si dice che questo processo assomigli al recupero da una ferita, in effetti è proprio così. Mi è tornato in mente che Kazumi Murose, tesoro nazionale vivente per il maki-e, ha scritto nel suo libro: «l'immagine della lacca che si indurisce è la stessa del sangue umano».
Il processo con cui guarisce una ferita umana e quello con cui un oggetto viene riparato con la lacca si somigliano davvero.
Qualcuno è venuto apposta dall'estero a ritirare un kit
Gestendo ANYTSUGI, c'è un episodio che mi è rimasto impresso.
Una cliente in viaggio in Giappone dall'estero è venuta appositamente a ritirare di persona un kit. Ha detto: «Volevo comprare il kit di kintsugi proprio in Giappone».
In quel momento ho sentito ancora una volta che il kintsugi non appartiene più soltanto al Giappone. È stato un momento di orgoglio, ma anche il momento in cui ho pensato: «devo raccontarlo ancora meglio».
«Provarlo» può cambiare qualcosa
Gli utenti stranieri dicono tutti la stessa cosa: «l'ho capito meglio provandolo che leggendone».
Stendere la lacca con il pennello, attendere con calma che si indurisca, spargere la polvere d'oro. Il tempo passato a confrontarsi con l'oggetto, senza smartphone in mano. E, in quel tempo, la sensazione di «avvicinarsi al completamento un po' alla volta»: ecco perché viene apprezzato come un'esperienza di tipo mindfulness.
Anche in Giappone, oltre allo scopo di «riparare un oggetto», vorremmo diffondere questa cultura del kintsugi come «modo di usare il proprio tempo».
ANYTSUGI propone un kit che permette di vivere a casa propria l'esperienza del kintsugi con vera lacca. Lacca naturale, polvere d'oro, pennello: tutto il necessario è incluso nel set. Chi è interessato può dare un'occhiata qui sotto.















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