Il kintsugi è una tecnica esclusivamente giapponese che dona una nuova bellezza a un oggetto rotto, incollandolo con la lacca e applicando l'oro sulla giuntura. Si dice che questa tecnica si sia affermata tra il XV e il XVI secolo.
Ma la storia del kintsugi non è nata all'improvviso. Fin da tempi remoti, i giapponesi riparavano gli oggetti usando la lacca. È dal peso di questa lunga storia che ha preso forma la filosofia di «accettare ciò che si è rotto e farlo rinascere nella bellezza».
In questo articolo ripercorriamo la storia del kintsugi dalle origini fino ai giorni nostri, per scoprire come sia nata questa filosofia così particolare.
Capitolo 1: Le origini del kintsugi
Si ritiene che la tecnica del kintsugi si sia affermata tra il XV e il XVI secolo, ma le tecniche di base su cui si fonda erano state costruite fin da tempi molto più antichi.
Periodo Jomon — le origini della lacca come collante
I giapponesi utilizzavano la «lacca» già dal primo periodo Jomon (circa 7000-5500 a.C.). La lacca è la linfa dell'albero dell'urushi: una volta asciutta, diventa estremamente dura e presenta un'ottima capacità adesiva e impermeabilizzante.
Si ritiene che le persone dell'epoca ne comprendessero le proprietà attraverso l'esperienza diretta: dai siti archeologici del periodo Jomon sono stati rinvenuti oggetti rivestiti o incollati con la lacca.
Fin dall'epoca della caccia e della raccolta, i giapponesi riparavano quindi gli utensili utilizzando la lacca.

▲ Pettine laccato rinvenuto nel sito archeologico di Mibiki, nella prefettura di Ishikawa. Risalente a circa 7.200 anni fa, è tra gli oggetti laccati più antichi conservati sia in Giappone sia nel mondo. (Fonte immagine: Government of Japan Online)
Periodo Heian — le origini della decorazione con l'oro
Con il passare del tempo, nel periodo Heian (794-1185), epoca in cui nacquero anche i samurai, si sviluppò notevolmente il «maki-e»: la tecnica che consiste nel cospargere polvere d'oro o d'argento sulla lacca per disegnare motivi decorativi.
Con il tempo, l'idea di decorare con l'oro, nata dal maki-e, si sarebbe collegata all'idea del kintsugi: unire con l'oro ciò che si è rotto.

▲ Spada con fodero decorato a maki-e. La lama, realizzata nel periodo Heian, fu decorata nel periodo Edo. Conservata al Museo Nazionale di Tokyo (fonte immagine: ColBase, sistema integrato di ricerca delle collezioni degli istituti nazionali per il patrimonio culturale)
Capitolo 2: La nascita del kintsugi
Tra il XIV e il XVI secolo, la storia di una tazza da tè incrinata e la sensibilità estetica che ama l'imperfezione diedero vita alla tecnica del kintsugi.
Periodo Muromachi — la nascita del pensiero che valorizza le tracce di una riparazione
La storia del kintsugi iniziò a muoversi realmente nel periodo Muromachi (1336-1573). In quell'epoca, il Giappone non era ancora in grado di produrre internamente ceramiche di alta qualità e le importava dalla Cina.
Da quest'epoca ci è stata tramandata la storia di una particolare tazza da tè.
Una tazza in celadon, prodotta in Cina e giunta col tempo in possesso dello shogun Ashikaga Yoshimasa, presentava già una crepa sul fondo al momento in cui egli la ricevette. Si narra che Yoshimasa, dispiaciuto per questo pezzo pregiato, la rispedisse in Cina chiedendone una sostituta.

▲ Ashikaga Yoshimasa / 1436-1490 (fonte immagine: Wikimedia Commons)
Tuttavia, non fu possibile reperire una tazza in celadon equivalente: la parte cinese riparò quindi la crepa con delle graffe metalliche e la rispediì in Giappone. Poiché le grandi graffe della riparazione ricordavano delle cavallette, la tazza fu chiamata «Bakohan» (“cavalletta e graffa”).


▲ Bene culturale importante «Tazza in celadon a fiore, nota come Bakohan» / Conservata al Museo Nazionale di Tokyo (fonte immagine: ColBase, sistema integrato di ricerca delle collezioni degli istituti nazionali per il patrimonio culturale)
Ciò che colpisce è che le tracce della riparazione, lungi dal diminuire il valore della tazza, lo accrebbero. Pur trattandosi di una riparazione puramente funzionale con delle graffe, le tracce del restauro non furono viste come un difetto, ma accolte come «bellezza che porta con sé la storia». Questa sensibilità si sarebbe poi evoluta nella filosofia del kintsugi.
La cerimonia del tè e il kintsugi — la bellezza che accoglie la ferita
Parlando della storia del kintsugi, è impossibile non menzionare il suo legame con il «chanoyu» (la cerimonia giapponese del tè). Il chanoyu è la tradizione culturale giapponese in cui il padrone di casa offre agli ospiti tè matcha e dolci tradizionali, in un rituale attento all'etichetta.

All'epoca di Ashikaga Yoshimasa, il chanoyu era un modo per dimostrare l'autorità e la raffinatezza culturale dell'aristocrazia. Aveva soprattutto la funzione di mostrare oggetti d'arte preziosi, e gli strumenti da tè erano un simbolo di status per la nobiltà. Dalla prima metà alla metà del XV secolo, il chanoyu fu il simbolo di una cultura sfarzosa e sontuosa.
Ma, entrando nel XV secolo, nacque un nuovo modo di pensare, diverso dal chanoyu sfarzoso. Murata Juko (1422-1502), monaco e maestro del tè, cercò non lo splendore o la perfezione, ma il «wabi-cha»: un modo di praticare il tè sobrio e imperfetto.

▲ Murata Juko / 1422-1502 (fonte immagine: Wikimedia Commons)
Juko riteneva che il chanoyu fosse uno specchio del cuore, e si racconta che dicesse ai suoi allievi:
«Piuttosto che una luna piena e perfetta, è la luna intravista tra le nuvole ad avere un fascino più profondo»
Ciò che Juko insegnava era che la vera bellezza risiede proprio in ciò che non è perfetto. Questo è esattamente ciò che si collega allo spirito del «wabi-sabi», l'accettazione del difetto e dell'imperfezione.
Grazie al wabi-cha, si sviluppò la sensibilità che trova bellezza anche in un oggetto rotto, gettando così le basi filosofiche da cui sarebbe nato il kintsugi.
Periodo Azuchi-Momoyama — la nascita della cultura del kintsugi
Si ritiene che la tecnica del kintsugi si sia affermata tra il periodo Muromachi e il periodo Azuchi-Momoyama (XIV-XVI secolo), ma non si conosce con esattezza chi l'abbia inventata né quando esattamente sia nata.
Non c'è dubbio, però, che la tecnica del kintsugi si sia affermata dall'incontro tra la «tecnica di riparazione con la lacca», in uso fin da prima dell'era cristiana, la «tecnica decorativa» del maki-e, e lo spirito di «accettazione dell'imperfezione» formatosi con il wabi-cha.

▲ Un esempio di kintsugi risalente presumibilmente al XVI secolo (fonte immagine: Wikimedia Commons)
Capitolo 3: La diffusione del kintsugi
Nel pacifico periodo Edo, con la diffusione della cultura del chanoyu, anche il kintsugi si radicò in tutta la società.
Il kintsugi nella vita quotidiana — una cultura del restauro che variava per ceto sociale
Con l'inizio del periodo Edo (XVII-XIX secolo) si concluse un lungo periodo di guerre e arrivò un'epoca di pace. In questa società stabile, la cultura del chanoyu si diffuse anche tra i cittadini comuni, e con essa la ceramica, un tempo appannaggio delle classi facoltose, raggiunse anche il popolo.
In questo periodo, lo spirito di «avere cura delle cose» si diffuse in tutti gli strati sociali, facendo crescere in tutta la società la domanda di servizi di riparazione della ceramica. Tuttavia, il metodo di riparazione variava a seconda del ceto sociale.
Mentre ricchi mercanti e maestri del tè potevano permettersi il tradizionale kintsugi, per la gente comune questo restava troppo costoso. La maggior parte delle persone comuni utilizzava invece lo «yakitsugi», un metodo di incollaggio con polvere di vetro al piombo: il kintsugi restava riservato dalle classi facoltose a oggetti d'arte pregiati o strumenti da tè.
Dalla riparazione all'arte — il kintsugi come espressione artistica
Honami Koetsu (1558-1637), artista dell'inizio del periodo Edo, può essere considerato colui che elevò il kintsugi da semplice tecnica di riparazione ad arte vera e propria. La sua opera più simbolica è la ciotola da tè raku rossa nota come «Seppo», designata bene culturale importante.

▲ Ciotola da tè raku rossa, nota come «Seppo» (fonte immagine: Museo Ebara Hatakeyama)
Questa ciotola era in origine un pezzo difettoso, incrinatosi per caso durante la cottura nel forno. Ma Koetsu, invece di scartarla, ne valorizzò attivamente la forma casuale. Unendo con l'oro l'audace crepa, donò un nuovo significato a quella ferita.
Immaginando lo smalto bianco come una vetta innevata e la crepa dorata come un torrente di disgelo primaverile, la chiamò «Seppo» (“cima innevata”).
Koetsu, sublimando un oggetto danneggiato in un'opera d'arte poetica che racchiude un paesaggio naturale grandioso, stabilì la cultura di contemplare le tracce di una riparazione come un paesaggio, donando al kintsugi un vero valore artistico.
Capitolo 4: L'evoluzione del kintsugi nell'epoca moderna e contemporanea
Dal periodo Meiji in poi, il kintsugi si allontanò dalla vita quotidiana per essere tramandato come artigianato tradizionale. E nel XXI secolo affronta una diffusione globale e nuove sfide.
L'epoca moderna — l'occidentalizzazione del Giappone e la trasformazione del kintsugi
Con la Restaurazione Meiji (1868), la vita quotidiana dei giapponesi iniziò a cambiare drasticamente.
Dai porti arrivavano porcellane e oggetti in vetro occidentali, belli ed economici. L'abitudine naturale di «riparare ciò che si rompe» fu, senza che ce ne accorgessimo, sostituita dal valore consumistico del «si può semplicemente comprarne uno nuovo».

▲ Veduta del Museo della Seconda Esposizione Industriale Nazionale nel Parco di Ueno, uno dei luoghi celebri di Tokyo / Conservato al Museo Nazionale di Tokyo (fonte immagine: ColBase, sistema integrato di ricerca delle collezioni degli istituti nazionali per il patrimonio culturale)
Con l'avanzare dell'industrializzazione e la diffusione delle colle chimiche, il laborioso metodo di riparazione del kintsugi scomparve silenziosamente dalla vita quotidiana.
Eppure, non era del tutto scomparso.
Nel silenzio delle sale da tè, tra le mani di chi amava le antichità, il kintsugi continuò a vivere. I maestri del tè e gli artigiani del maki-e non lo consideravano una semplice tecnica di riparazione. Per loro, il kintsugi era probabilmente l'atto di tramandare alla generazione successiva il tempo e lo spirito racchiusi in un oggetto.
Allo stesso tempo, anche nell'ambito del restauro dei beni culturali, il metodo tradizionale con lacca e polvere d'oro continuò a essere silenziosamente preservato. Il kintsugi si trasformò così da tecnica di vita quotidiana ad artigianato tradizionale e tecnica di conservazione, tramandandosi attraverso le epoche come disciplina specialistica a sostegno della conservazione artistica giapponese.
L'epoca contemporanea — il boom internazionale e la diversificazione del kintsugi
Entrando nel XXI secolo, il kintsugi si è diffuso silenziosamente nel mondo come filosofia estetica giapponese.
Alla base c'è stato un cambiamento nei valori dell'epoca: il dubbio verso la società dei consumi di massa, la crescente consapevolezza ambientale, e l'interesse per concetti come il wabi-sabi e la mindfulness.
In questo contesto, l'atto di riparare ciò che si è rotto, proprio del kintsugi, ha attirato l'attenzione non come semplice tecnica di restauro, ma come stile di vita che accetta l'imperfezione e afferma la rinascita.
Così, il kintsugi, andando oltre i confini dell'artigianato tradizionale, sta influenzando il pensiero e il design nel mondo come metafora culturale che simboleggia guarigione, rinascita e sostenibilità.
Il dibattito sul kintsugi semplificato
Negli ultimi anni si è diffuso il «kintsugi semplificato», che utilizza resina epossidica o colle sintetiche. Non utilizzando la lacca, può essere completato in poco tempo e con facilità, ed è quindi diventato popolare come attività creativa accessibile, praticata in workshop e diffusa sui social media.
Tuttavia, alcuni ritengono che questa semplicità crei una distanza rispetto alla filosofia del kintsugi. Il kintsugi tradizionale utilizza un materiale naturale come la lacca, richiede tempo per l'essiccazione ed è rifinito attraverso numerose levigature successive. In questo processo era presente una spiritualità, un atto silenzioso di confronto con il tempo.
Il kintsugi semplificato spesso si limita a riprodurne solo l'aspetto esteriore, ed esistono metodi che non rispettano gli standard di igiene alimentare. Si potrebbe dire che si stia trasformando, da una riparazione pensata per l'uso, in una lavorazione pensata solo per l'esposizione.
Dietro il boom contemporaneo del kintsugi si celano quindi due correnti opposte. Non si può dire con certezza quale sia quella “giusta”, ma forse il principio fondamentale del kintsugi — «far rivivere con bellezza ciò che si è rotto» — risiede proprio in una pratica etica che si confronta con la natura e con il tempo.














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